lunedì 2 luglio 2012

MEDAGLIA DI CENERE

La vicenda che mi appresto a raccontare è una di quelle storie al contrario; Quelle che non vorresti mai narrare e che mai ti venissero riportate; L’atleta ancora crisalide viene calpestato senza la possibilità di trasformarsi in farfalla. 

 Le speranze, la fatica e l’impegno vengono robotizzate in una macchina da risultato, annientando  il campione che con la fatica ed il cuore avrebbe raggiunto grandi risultati potendo fieramente esaltare le proprie vittorie, a falso favore di campioni: pompati, rovinati, abusati e annientati nel fisico e nello spirito che hanno raggiunto i traguardi proposti ma che sono stati onorati con medaglie di cenere.

Io, con lo spirito di chi ha visto una ragazza, una campionessa ripiegarsi su se stessa fino a morirne so con certezza che tali trofei giacciono nelle fogna in cui sono nati trascinando nella melma vite umane, che non saranno mai restituite al mondo.

Io ed Heidi eravamo dirimpettaie. Ricordo perfettamente il primo giorno che l’ho incontrata, aveva traslocato da poco e si aggirava confusa tra i cortili circoscritti da muri alti e grigi.

Io ero reduce da una polmonite che avevo risolto con difficoltà ma vivevo a  Berlino Est e nulla era semplice, anche curarsi diventava un lusso. Tutto  appariva risolvibile per i fortunati al di là del muro.

Conobbi Heidi all’età di otto anni e mi stette immediatamente simpatica. Io ero d’aspetto gracile e con lunghi capelli biondi, lei era una bambina di altezza superiore alla media e con un’ agilità che lasciava stupiti ed una muscolatura che spesso spaventava anche i maschi della nostra età. Heidi viveva con il padre e la madre,al termine delle lezioni  veniva spesso a casa mia e mangiavamo dei favolosi strudel che preparava mia nonna e trascorrevamo ore a raccontarci  i nostri sogni.

 Lei desiderava girare il mondo in mongolfiera. Io mi divertivo sentendole raccontare i suoi  fantasiosi viaggi a bordo del pallone volante ed il suo racconto sembrava talmente reale che mi veniva istintivo alzare gli occhi al cielo alla ricerca della mongolfiera.

Io invece desideravo finire le scuole sperando di ottenere un lavoro diverso da quello svolto dai miei genitori.                                                                                                                         Ho sempre pensato che l’infanzia sia il dono più grande che la vita ci ha fatto. E’ un momento magico in cui tutto pare possibile; Tra realtà e fantasia se esiste un confine è trasparente.

Non era facile per noi la vita agli inizi degli anni 70.

La Germania Occidentale, al termine della seconda guerra mondiale aiutata dagli Stati Uniti si era resa protagonista di un grande boom economico.
Per noi dell’est era tutta un’altra storia. L’Unione Sovietica al termine del conflitto mondiale aveva vantato enormi richieste economiche come risarcimento danni subiti in guerra e quindi la ripresa avveniva in modo lento rendendo lo standard di vita per i cittadini dell’Est molto basso. Io ed Heidi ci domandavamo come fosse la vita oltre il muro; Io ero spaventatissima quando lei proponeva di scappare e scavalcarlo; Inorridivo, il muro mi terrorizzava, era costantemente sorvegliato, protetto da mine anti-uomo e circondato da filo spinato ad alta tensione.

Era ancora lontana in quel periodo la speranza che  venisse abbattuto e non se ne parlava quasi mai se non in occasione delle feste nazionali. In quegli anni in cui io ed Heidi accomunavamo l’ infanzia, lo spirito e la forza della campionessa crescevano con la mia amica.

Trascorreva ore in palestra e la sua  muscolatura giorno dopo giorno diventava sempre più forte .

Era innamorata di una specialità dell’atletica, il lancio del peso e tutti vedendola in azione ne rimanevano strabiliati; Heidi non temeva la fatica e considerava il sudore nettare del suo sforzo e quindi non la disturbava.
 Aveva in sé tutte le qualità per trasformarsi in una campionessa di enorme levatura ed il suo allenatore più di una volta la segnalò perché venisse valutata per entrare a far parte della squadra olimpica.

Lentamente anche la DDR iniziò la sua ripresa e da parte delle istituzioni cresceva l’esigenza di dimostrare a tutti costi la forza ideologica della Germania dell’Est e questo ideale si manifestava principalmente nello sport procreando atleti superiori.                                                                                                Gli anni volavano e senza rendercene conto ci trovammo al limite massimo dell’infanzia ed il nostro corpo e la nostra mente si apprestavano al cambiamento adolescenziale.
La  confidenza tra noi era totale e continuavamo a confidarci i nostri segreti, ma, se i miei sogni  non erano mutati negli anni  i suoi avevano preso tutt’altra direzione; Non desiderava più girare il mondo in mongolfiera ma il suo obiettivo era entrare a far parte della squadra olimpica.
Il potere sportivo della Germania Est aumentava in modo ineguagliabile rispetto alle altre nazioni ed il medagliere tedesco si arricchiva clamorosamente. I tedeschi dell’Est brillavano in tutte le discipline sportive.

 I casi più eclatanti si manifestavano nel nuoto. Le campionesse del nuoto erano imbattibili e Kornelia Endel era un mito per Heidi.
Parlava in modo ossessivo della nuotatrice e ricordo che quando io un giorno osai raccontarle che forse Kornelia faceva parte di un sistema che aveva obbligato la ragazza a sposare un altro campione per la procreazione di individui perfetti lei si arrabbiò e tenne il muso per un giorno intero.    
                           
 Heidi grazie alla sua prestanza fisica, alle sue innate capacità, alla sua grinta, ai suoi duri allenamenti e grazie al suo allenatore venne notata dalla Stasi (polizia segreta tedesca del regime comunista) che era ossessivamente alla ricerca di nuovi sportivi da reclutare per trasformali in campioni. Entrò a far parte della Scuola dello Sport di Berlino.

Inizialmente non compresi che Heidi si apprestava ad intraprendere una vita nuova.
Ero convinta  che si limitasse a frequentare una scuola  in cui lo sport era la disciplina principale. Non la vidi per mesi anche se ricevevo costantemente notizie dai suoi genitori, soprattutto da suo padre che decantava i traguardi sportivi che Heidi giornalmente  raggiungeva dichiarandosi certo che presto sarebbe stata convocata per partecipare ai giochi olimpici.
 E così fu.
Hedi entrò a far parte della nazionale tedesca e si specializzò definitivamente nel lancio del peso, la disciplina che lei amava da sempre e nel  1986 riuscì a conquistare il titolo europeo per questa specialità. Gli atleti della Germania Est arricchivano il medagliere olimpico in modo eccezionale;  Dal 1972 al 1988 la Germania Est vinse 384 medaglie olimpiche.                                                                                                                                

Un giorno d’inizio estate finalmente rividi la mia amica e non la riconobbi. Aveva 16 anni ed il suo aspetto era cambiato incredibilmente. Fu lei a chiamarmi e guardandola dovetti nascondere un moto di disagio.
 La sua muscolatura era aumentata in modo abnorme e i suoi tratti del viso apparivano maschili. La cosa che più mi colpì di Heidi è come fosse mutata negli atteggiamenti.
Faticavo a riconoscere la mia amica e il nostro rapporto era inibito e forzoso. In quei giorni che trascorse a casa constatai che i nostri dialoghi avevano perso spontaneità diventando vuoti e statici. Non riuscivo più a trovare un punto di contatto con Heidi e lei sembrava immersa sempre nei suoi pensieri;  Avevo 16 anni e i miei interessi andavano dalla musica, alla scuola ed ai ragazzi. Compresi subito che non potevo raccontare a “quella” Heidi nulla della mia vita perché a lei non sarebbe interessata.
Heidi era cambiata non solo fisicamente e credo che a parte la sorpresa iniziale non ci avrei badato più di tanto se la trasformazione si fosse limitata a questo. Sapevo che l’adolescenza è un periodo di metamorfosi fisica, anche io probabilmente ero diversa rispetto ai sei mesi precedenti.
La cosa che mi colpì fu che nei discorsi forzati e gelati che facemmo lei ragionasse come un maschio, tanto da ricordarmi mio fratello. Quando rientrò a scuola mi sentii  liberata dal peso della finzione. Non la rividi per un bel pezzo e pensai  poco a lei.                                                                                                          

Ormai Heidi non era più parte della mia vita e rimase sospesa nei miei ricordi  per due anni in cui anche le sue qualificazioni sportive scivolavano su di me. Non m’interessava nulla del lancio del peso e a differenza della maggior parte dei miei connazionali non ero una fanatica dello sport .Ovviamente non ne facevo parola con nessuno.

Sapevo quanto fosse indispensabile fingersi tecnicamente perfetti, quindi mi adattavo al clima che rendeva isterico il mio paese in fatto di competizioni sportive.I n quei  due anni che mi divisero da Heidi la mia vita e quella di tutti i tedeschi subì una svolta epocale;Grazie alla leadership di Gorbaciov nell’Unione Sovietica le cose cambiarono.

Inizialmente la DDR cercò di ancorarsi al passato ma non era più possibile bloccare l’avanzare della protesta del popolo. Le manifestazioni di piazza divennero prepotenti ed  il muro venne abbattuto in una commovente notte che non scorderò mai. I soldati sovietici si ritirarono e finalmente dopo 29 anni i tedeschi dell’Est poterono riunirsi ai loro fratelli dell’Ovest.                                                                                                       

In quei giorni carichi di feste ed eventi frenetici rividi Heidi. La incontrai in una palestra nella quale si disputava una partita di pallacanestro .Pur non essendo appassionata di sport andai ad assistervi poiché giocava con risultati mediocri mio fratello.Era usanza sfoggiare gli atleti da parte della  federazione e la Nazionale Olimpica femminile sfilò prima d’ inizio partita.
Osservai le atlete,cercai di scorgere Heidi ma non la vidi e dedussi che non fosse presente, finché una voce tuonò nome e cognome delle atlete e quando sentii dire: “Heidi Krieger “ rimasi sconvolta.

Heidi non esisteva più; Aveva caratteristiche, connotati e massa muscolare identiche ad un uomo. Mi trovai a fissare la mia vecchia amica.Il pubblico in quella palestra era numeroso ma Heidi come calamitata dal mio sguardo alzò gli occhi verso di me.
Ci guardammo per innumerevoli secondi ed io provai sconcerto di fronte alla sua trasformazione e nei suoi occhi lessi imbarazzo e disagio. Fastidio che crebbe quando qualcuno dagli spalti urlò: “ Quella non è una donna ma un uomo!” .
Non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi e fu lei a distogliere lo sguardo. Rientrai a casa frastornata e dopo avere riflettuto provai a telefonarle. Fu inutile.

Deduco che  Heidi avesse dato ordine di non farsi passare le telefonate.
Provai a contattarla per diversi giorni; Era stata la mia amica per tanti anni ed osservandola intuii che qualcosa di terribile era le era accaduto anche se non sapevo di cosa si trattasse.                                                                                                                                    
Il caso mi fu propizio ed in occasione di un ricovero di sua nonna riuscii ad incontrare Heidi in una camera ospedaliera.
Ci guardammo io abbozzai un sorriso. Lei distolse lo sguardo e dopo pochi minuti se ne andò, io la seguii ed ho indelebile nella mia memoria le parole che dicemmo. La chiamai e lei si fermò di botto. Le chiesi se le andava di fare quattro chiacchiere  e sentendosi con le spalle al muro accettò.  
                                                          
  Il tavolino del bar in cui prendemmo posto era tale che una corporatura come quella di Heidi vi entrasse a stento e mi accorsi che s’irritò. Iniziai il discorso :                                                                                                                 - Hai ottenuto tante medaglie, esaudito i tuoi sogni, puoi essere fiera di te stessa-   
 
Scosse la testa e disse:       
                                                                                                              -Suzanne sto diventando una macchina, ed ho paura-                                                                  
  -Paura di cosa?- chiesi    
                                                                                                                    -Di tutto.- rispose
 

A quel punto dissi l’unica cosa che mi venne in mente:

- Torna a casa,lascia la squadra. Hai raggiunto gli obiettivi che ti eri proposta-
Lei scoppiò in una triste risata e a me parve di sentire ridere un uomo e replicò:
-Torno a casa? –


Risposi:
- Certo,ora che il muro è crollato anche noi possiamo avere un domani migliore al di fuori dello sport-


Heidi mi fissò e quasi senza riflettere mi confidò:
- Solo quando mi alleno mi sento viva. Pretendo da me stessa risultati sempre maggiori al limite dell’umano. Vivo per il lancio del peso, senza quello non esisto-
Non compresi e feci per ribattere ma lei mi fissò ed alzandosi prima di andarsene mi  disse:
- Non esiste più la Heidi che conoscevi. Non sono più io, non so neanche io cosa sono, non mi vedi? GUARDAMI. Io ho la palestra e non mi occorre altro non cercarmi mi più-


Scaraventò in terra la sedia su cui sedeva ed uscì .    
                                                                                                     Da quel giorno non vidi più Heidi.
Io  riuscii a diplomarmi e conseguentemente a laurearmi in legge e all’età di 30 anni possedevo un piccolo studio a Berlino,ero abbastanza soddisfatta della mia vita.


Un giorno di Luglio e ricordo con precisione la data; Era il 21 luglio, il passato come uno schiaffo mi colpì in pieno viso. Quella mattina guardai come d’abitudine l’agenda su cui annotavo gli appuntamenti e lessi: Ore 16,00 H. Krieger. Pensai immediatamente ad Heidi. Non la vedevo da quella lontana sera che mi aveva ordinato di non cercarla più. Si trattava certo di un caso di omonimia.

La conferma arrivò quando alle quattro nel mio piccolo studio entrò un uomo. Mi alzai stendendogli la mano;Una voce maschile perfettamente compatibile alla robusta corporatura disse:
- Ciao Suzanne, ti trovo bene-


Rimasi di stucco, annichilita, annebbiata; Non conoscevo quell’individuo ma ad un tratto un eco dal passato risuonò prepotentemente, riportando alla  mia memoria quel giorno di molti anni prima quando in uno stadio qualcuno aveva gridato rivolgendosi alle atlete olimpiche :“ Ma sono uomini non ragazze!”.
Mi ricomposi e dissi:


- Heidi accomodati-
La persona che avevo davanti tristemente rispose:


- Heidi  è morta da tempo-
Risposi un’idiota:
- Capisco-

In realtà non avevo capito niente; Naturalmente avevo sentito parlare di doping di stato e associato le performance delle atlete della vecchia DDR compresa Heidi al doping, ma non immaginavo assolutamente che i suoi effetti potessero portare ad una trasformazione simile. Lei riprese dicendo:
- Ti chiedo  il favore di chiamarmi Andreas; Saremo più a nostro agio entrambi. Sono venuta da te per domandarti di farmi da legale-
  Io un po’ imbarazzata dissi:
- Ma certo, raccontami tutto, in cosa vuoi che ti aiuti?-
Quell’uomo seduto di fronte a me con gli occhi della bambina che mi aveva illuminato l’infanzia disse:

- Hanno ucciso Heidi e devono pagare-
Tutto mi fu chiaro. Heidi era stata uccisa il giorno stesso in cui era entrata a fare parte della squadra olimpica; Era stata dopata, drogata con sostanze che le avevano permesso di condurre allenamenti al di là dell’impossibile, agendo sul suo corpo e sul suo cervello modificandoli.


 Risposi con voce ferma che anche alle mie orecchie parve irriconoscibile:
- -La pagheranno questi bastardi-
In quel momento lui, lei, Heidi, Andreas tornò ad occupare nel mio cuore lo spazio di quando eravamo bambine e dopo anni di lontananza ci abbracciammo e scoppiammo a piangere entrambi. Quel giorno,venerdì 21 luglio venne sancito un accordo definitivo e finché avrò vita lotterò accanto ad Andreas e agli altri campioni come lei a cui e’ stata cancellata l’identità e bruciata la dignità.

Venni a conoscenza di cosa Heidi avesse subito in quegli anni che aveva      rappresentato la DDR. In seguito alla prima convocazione le furono somministrate delle pastiglie che venivano chiamate allegramente: vitamine informadola che erano semplici pastiglie che l’avrebbero aiutata a “fare i muscoli”.

Le innocue vitamine erano anabolizzanti con la capacità d’entrare direttamente nel nucleo delle cellule producendo proteine muscolari. Più pasticche un atleta assumeva più la massa muscolare aumentava. Andreas aveva iniziato ad usare anabolizzanti a 14 anni e in un’età così critica i suoi effetti avevano creato una clamorosa e distruttiva mascolinizzazione.                                                                                      Andreas mi raccontò il suo calvario.

Aveva visto il corpo cambiare ed il suo cervello seguire brancolando il corpo. Tornò indietro nel tempo a quando era una ragazzina di 14 anni e vedendo lo sviluppo abnorme dei muscoli aveva chiesto spiegazioni; Era stata rassicurata dai medici della nazionale sulla normalità dell’aumento muscolare dovuto agli allenamenti. Addirittura fu accusata d’essere irriconoscente alla DDR ponendo domande improprie.

In un secondo tempo il seno iniziò a diminuire ma  a quel punto non ci fece caso poiché il cervello, sottoposto alla continua somministrazione di ormoni,  iniziava a ragionare come fosse di sesso maschile. Il clitoride aumentò di dimensione e a quel punto Heidi non esisteva più lasciando al posto suo una creatura confusa, drogata e senza identità che si sentiva a proprio agio solo con quelli come lei; Cavie, macchine da prestazione sportiva.

Ragazzi che amavano lo sport ed in pieno possesso delle qualità morali e costituzionali, che avrebbero comunque permesso loro di diventare grandi campioni avevano ricevuto dal loro paese distruzione e macerie.
Al termine della sua carriera la ragazza che era entrata nella scuola dello sport con speranze, sogni e tanta voglia di farcela ne usciva con in mano alcune medaglie e senza un’identità. Molte sue compagne lottavano con le più terribili malattie giornalmente ed alcune erano sotto terra; Questo era il valore delle vittorie conquistate: La morte definitiva o la distruzione in divenire.


Andreas allora aveva preso la decisione di denunciare il sistema.
Fu la prima atleta a farlo ed il suo coraggio m’inorgoglì. Ora Andreas voleva, esigeva, che i criminali che avevano distrutto la sua vita e quella di tanti altri giovani venissero condannati.
Nei mesi in cui collaborammo fianco a fianco io ed Andreas lottammo per smantellare quell’apparato mortale.

Venni a conoscenza di più di cento casi simili a quello di Andreas scoprendo che il mio paese aveva abusato della gioventù tedesca mietendo vittime, creando mostri e togliendo ogni forma di dignità allo sport.
Heidi nell’anno in cui partecipò agli europei era stata imbottita di 2600 grammi di steroidi.
I processi per dimostrare la veridicità dei fatti furono interminabili ma infine venne riconosciuto il danno fisico e venne confermato con sentenza che la DDR aveva usato i suoi atleti dopandoli e apportando loro irreparabili danni fisici e pscichici ed in molti casi morte prematura.
Furono risarciti  194 atleti con una cifra simbolica di 170.000 euro a testa.

Oggi Andreas ha lasciato Berlino e vive a  Magdeburgo.
Ha subito interventi che l’hanno trasformata definitivamente in un uomo e durante i processi ha conosciuto un’ex nuotatrice della DDR Ute Krause anch’essa con un passato fatto di doping che l’ha condotta a soffrire di bulimia fino quasi a morirne.
D’allora  Andreas e Ute  hanno camminato fianco a fianco e le loro vite molto simili, ed i dolori a cui entrambi  sono stati sottoposti li hanno uniti in un amore fatto di sostegno reciproco.
Andreas oggi convive con dolori terribili alle vertebre dovute agli allenamenti massacranti a cui si è sottoposta da ragazza.


Io mi sono trasferita in Italia e sono legale rappresentante di uno studio Tedesco. Trascorro spesso le vacanze estive con Andreas, Ute e con la figlia di quest’ultima.
Conosco i loro travagli passati, ma anche la depressione  presenza costante attuale forse ancora più pericolosa del danno fisico.
E’ stato istituito il  premio  “Heidi Krieger” dedicato ad Andreas ed ogni anno viene assegnato a chi maggiormente si schiera contro il doping  e denuncia chi svilisce la competizione sana danneggiando irrimediabilmente la purezza dello sport.

Vorrei terminare questo racconto con un bel lieto fine,  ma come avevo anticipato questa è una storia al contrario. Non esiste un lieto fine, né una medaglia che possa essere per Andreas motivo d’orgoglio. In questa vicenda tutti ne escono perdenti ed Andreas e gli altri “campioni” non avranno mai la certezza del valore delle loro imprese.


Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da Andreas e mi limiterò a trascriverla certa che al termine della lettura la conclusione possa essere una soltanto.


Cara Suzanne,
Quando ripenso alla mia vita passata ho tanti rimpianti ma è soprattutto la consapevolezza che le mie vittorie non sono valse a nulla e la mia fatica, i duri allenamenti, la rigidità nell’alimentazione e le mille torture a cui mi sono sottoposta volontariamente hanno dato frutti velenosi. Ora mi chiedo: Perché porre sempre obiettivi nello sport irraggiungibili? Che senso hanno avuto i nostri anni di lotta se ancora oggi nelle discipline sportive si esige dall’atleta il risultato sovrumano? All’epoca noi non sapevamo nulla del doping ma oggi si sa tutto e molti atleti anche in Italia a causa di questo marciume si sono trovati soli, con vittorie che valevano uno zero a morire dentro una camera di un hotel. Non mi spiego perché si continui a fissare degli obiettivi impossibili da raggiungere umanamente.

E’ assurdo…lottano per l’integrità sportiva e nello stesso tempo ti spingono all’aiutino. Esaltano e denigrano rendendo tutti  parte di un circo in cui l’atleta deve stupire, far sognare, fare cassa. E’ sport questo?
Suzanne io ricordo i miei allenamenti nella palestra del quartiere, (prima che entrassi nella scuola dello sport che ha ucciso Heidi) . Ho raggiunto in quegli anni i miei traguardi sportivi. Ero giovane, piena di grinta ed ogni goccia di sudore era davvero sudata. Il dolore alle braccia era un dolore sano . Gli anni dopo il nulla. Heidi si evolveva in una macchina da competizione, fino a diventare solo una macchina rotta da discarica.
Mi sono chiesto sempre se Heidi sarebbe stata una campionessa ugualmente senza assumere lo schifo e non posso rispondermi, la storia non cambia, non si può riscrivere.

Io non ho vinto nulla Suzanne nel lancio del peso. Ma ogni goccia di quel sudore sano che avevo da ragazza mi è servito per lottare duramente e ottenere un minimo di giustizia umana.

Trovo conforto nella mia lotta dura e continua contro il doping e provo una sensazione strana ultimamente. Ogni qualvolta si scopre che un atleta è dopato è come se uccidessero nuovamente Heidi. Ma quando qualcuno mi scrive ringraziandomi per avergli fatto aprire gli occhi e denunciare la palestra, la società, l’allenatore o il medico che prescrive anabolizzanti “vendendoli” come vitamine ….allora si,  mi sento vincitore e sento che Heidi non è morta per niente…
      
                                                           Andreas.



Heidi forse sarebbe diventata ugualmente una campionessa anche senza anabolizzanti, ma il dubbio rimane. Invece la certezza è che Andreas ha lottato con la costanza e la determinazione di un atleta in una dura lotta contro la “morte” dello sport e non ho dubbi affermando che  Andreas è un campione.
 

 

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