martedì 3 luglio 2012

ROSSO FUTURO

Il rosso delle fiamme, mentre correva veloce nella notte continuava a soffocarla, causa dell’afonia assurda in cui viveva. Aveva perso la voce, o meglio, il linguaggio con cui esprimere concetti, ma nella mente di Lisa era tutto a tratti di una chiarezza esasperante. Nella maggior parte del tempo non ricordava quasi niente, sentiva solo il calore dell’incendio che lei stessa aveva appiccato. Non rammentava il momento preciso in cui aveva deciso di chiudere il paragrafo del libro che stava vivendo. Tutto era avvenuto senza  preparazione: accendino, benzina, e poi la corsa affannosa verso il buio della notte, le sirene dei pompieri e le grida della sua famiglia che stava bruciando.
Le sembrava di udire il passo di persone che la inseguivano e la voce della vecchia che urlava:
<<E’ lei che ha dato fuoco alla casa è lei!>>.
Non solo la risentiva petulante e ossessiva rimbombarle in testa quando nel buio della notte una piccola telecamera spiava cosa accadeva dentro alle stanze della clinica, lei addirittura scorgeva con gli occhi della memoria la vecchia, e avrebbe voluto gridarle di tacere, di lasciarla in pace, ma non poteva. Non articolava neanche una sillaba. L’infermità mentale che era seguita al suo gesto folle era in parte dovuta alla perdita del linguaggio, accompagnata all' incapacità di ragionare  esplosa con l’incendio.
Camici bianchi nascondevano dietro sorrisi fasulli il nero del futuro di Lisa, confinandola in un territorio di apatia, un limbo che poteva apparire confortante rispetto all'esistenza che aveva vissuto prima delle fiamme, ma che altro non erano che il preludio della notte.
Lisa viveva circondata da pazzi o gente che era ritenuta tale, perché aveva un modo di vivere la vita diverso da chi ha imposto le regole,da chi ha deciso il codice comportamentale del singolo trasformandolo in dato oggettivo.
Non era stata rinchiusa nel reparto <<criminali violenti>>, perché la sua gracilità la rendeva inoffensiva e il suo mutismo la diversificava dai pazzi pericolosi.
 Aveva letto senza provare particolari emozioni i titoli di giornale entrati clandestinamente nella struttura. Non ne era rimasta scossa :
<<Ragazza di 16 anni appicca incendio in casa e rimangono uccisi il padre e il fratello di 18 anni...>>

La mamma, era già morta da così tanti anni da non essere neanche più in ricordo per Lisa, ma  un lieve  eco del passato, un'eco di minima intensità che aveva alitato su di lei per infliggerle la vita, renderla materia  per il desiderio altrui.
Per l'ennesima volta  Lisa si domandò se il nero che anelava,  fosse speranza di morte  o  desiderio di buio. Aveva fatto un imperdonabile errore. Lei avrebbe dovuto bruciare con loro morire. Lo psicoterapeuta  le poneva  domande cantilenanti senza più  l’interesse morboso che aveva dimostrato all’inizio, sapendo che lei non avrebbe risposto e che forse neanche lo ascoltava. Invece Lisa ascoltava le parole del medico, semplicemente la voce non usciva più dalle sue corde vocali e certo era meglio così. Non avrebbe spiegato comunque  a questo insulso con il camice bianco cosa avesse dentro lei. A lui non sarebbe importato.
Avrebbe voluto addormentarsi per sempre, perdersi nell’oscurità del nero,  dimenticare completamente chi l’aveva uccisa un'immensità di volte senza mai finirla, senza mai avere il coraggio di darle il colpo di grazia che le avrebbe portato la pace.
Lisa avrebbe potuto raccontare come si erano svolti i fatti, e il motivo per cui aveva appiccato l’incendio, però sarebbe risultato inutile,  e le circostanze sarebbero rimaste le stesse . Lei sarebbe riuscita a recuperare gli anni in cui le ferite del cuore sanguinavano più di quelle del corpo?
No di certo.
Avrebbe voluto  piangere per le persone a cui aveva tolto la vita, ma  loro l’avevano uccisa molti anni prima quando era una bambina, ora nessuno di loro, lei compresa, meritavano lacrime. 
La stanchezza l’annientava e non le dava pace. Rientrava nella sua camera e riviveva uno a uno gli anni scadenzati dal rigore materiale di quella non - famiglia, ritmati dal rigore immateriale che le aveva tolto ogni sentimento . Inoltre sentiva il rosso umido, caldo e doloroso del sangue  versato per  il piacere di lui, diventando carnefice di se stessa, offrendosi per non essere oltraggiata e percossa e, nello stesso tempo, marchiando la propria coscienza per la facilità con cui si dava, per sopravvivere.
Non era interessata al proprio futuro e ancor meno del numero di anni che l’avrebbero internata. Il rosso demone che le aveva tolto la voce, sperava le togliesse anche il battito del cuore e sarebbe stata libera.
I medici le avevano ridotto i medicinali, lo aveva compreso dalla prima notte di veglia. Si teneva lontano da chiunque, rispettava gli orari dei pasti, non ostentava comportamenti violenti e, soprattutto, non creava disturbo nella tragica quiete di quell'ambiente.
Durante la notte si svegliava di scatto udendo  le grida degli altri pazienti, che lentamente si affievolivano fino a spegnersi grazie alla magia di un ago. In quegli istanti anche lei avrebbe voluto gridare e ci provava anche, ma non era in grado di emettere il minimo suono. Si arrendeva e la sua mente si assopiva perdendosi nella matassa di pensieri aggrovigliati e tetri.
La sua vita si basava su regole assolute  ed orari inflessibili.
Un mercoledì  piovoso, Lisa  si trovò di fronte una donna sulla sessantina che la salutò  con lo sguardo fermo e cordiale. Lisa non  mostrò alcun interesse ma si chiese che necessità avessero di  triturarle la mente cercando di sezionarla. Pagava  con la reclusione il suo debito con la giustizia, lo stato e la società.
Dottoressa Santi; impresso sul camice. Lisa capì di essere nuovamente sotto assedio da parte di un nuovo membro dell’equipe medica. 
<<Ciao Lisa, sono la psicologa che ti seguirà d’ora in avanti. Mi auguro che il lavoro tra noi risulti  collaborativo>> disse la donna riprendedo a parlare.
Sorrise senza prosopopea, quasi come a voler incoraggiare se stessa e un guizzo di interesse balenò negli occhi della ragazza.
I fatti erano conosciuti da tempo, i media avevano sparato colpi di cannone senza tregua per un bel pezzo e più di un reporter si era pagato le vacanze in un lussuoso hotel con la sua storia.
Tutto in realtà era stato semplice e spontaneo. Lisa aveva appiccato il fuoco alla villetta a schiera, identica a tutte le altre ubicate in via Alfieri.
Nelle altre case di struttura uguale a quella in cui lei viveva Lisa, abitavano delle famiglie. In casa sua non esisteva famiglia e finalmente, dopo l’incendio anche la casa si era trasformata in cenere come una strega al rogo. Lisa pensò all’inferno, al rosso bollente che l’aspettava e alzò impercettibilmente le spalle. Non la spaventava il fuoco eterno, ogni giorno della sua vita era stato un inferno.
 La dottoressa percepì il movimento della ragazza e ne prese spunto per domandare:
<<Lisa, stai pensando che non te ne importa nulla di ciò che sarà il tuo futuro?>>
La ragazza  fissò stupita la dottoressa per un decimo di secondo, stupita di come questa casualmente le avesse letto nel pensiero.
La dottoressa continuò: << Lisa io ho una mia idea. Non credo tu abbia appiccato un incendio per il piacere di farlo. Una ragione tu ce l’avevi: giusta o sbagliata  una motivazione c’è sempre alla base di un gesto . Non credo tu sia un’inferma di mente, come non lo credeva il tuo avvocato e neanche il giudice. >>
Lisa  pensò all’inutilità di tanto personale incaricato alla  ricostruzione di un motivo che spiegasse il suo  gesto.
 La dottoressa la colse alla sprovvista affermando sicura:<<Ti hanno fatto del male. Ti hanno distrutto e tu hai dovuto distruggere loro. Dovevi equiparare il dolore subito.>>
Lisa non si scompose, non aveva importanza capire la ragione di un gesto. Era sufficiente prenderne atto. Si chiese perché continuassero ad assumere un atteggiamento speculare per qualcosa che ormai non esisteva più.
 Dopo quel mercoledì le sedute con la Santi proseguirono per diverse settimane sempre senza alcun apparente risultato.
Le osservazioni del medico spesso pungevano  la ragazza nell’intimo, obbligandola involontariamente ad ascoltare e a piccoli passi riavvitavano la lampadina che si era spenta nella sua mente.
Durante lo svolgimento di una seduta la dott.ssa cercò di prendere in contropiede Lisa con una proposta che apparentemente non attirò l’attenzione della paziente. Iniziò dicendo:<<Svolgerò un esercizio che richiederebbe la tua collaborazione, ma assodato il fatto che tu non hai intenzione di parlare, molto probabilmente condurrò e svolgerò questo esercizio da sola.Che ne pensi?>>.
Lisa alzò le spalle:<< Ora appariranno dei colori sullo schermo. Io dirò la prima cosa che mi viene in mente abbinandola al colore. Dovresti farlo tu in realtà,  ma come dicevo proverò a farlo io e chissà mai che non venga la voglia anche a te diprovarci.>>
Apparve il bianco
<<Bianco: Penso alla neve, potrebbe essere anche un foglio di carta, una tunica.>>
Apparve il giallo
<<Giallo:  penso al sole, immagino un limone . Tu Lisa?>>
La ragazza cercò di capire cosa la dottoressa volesse dimostrare.
Apparve l’arancione
<<Arancione: penso all’arancio, al mandarino. Immagino che possano apparire al tuo orecchio ovvie, ma sono le prime a cui ho pensato.>>
Apparve il nero
<<Nero: Il buio, penso alla notte, la morte, l’oscurità.>>
Apparve il rosso
<<Dico rosso e penso al fuoco, alle fiamme, al sangue>>
Lisa involontariamente e senza l’autocontrollo che fino ad allora l’aveva fatta tacere continuò :
<< Dico bianco e penso alla gonnellina bianca che indossavo quando avevo nove anni. Rosso e vedo la mia gonna macchiata di sangue, penso alle ferite e al colore rosso dell’acqua con cui cercavo di lavare lo schifo >>
La dottoressa non mostrò segno di emozione e tranquilla continuò: <<Lisa puoi dirmi qualunque cosa. In questo momento non sono la tua terapista ma un'amica e tutto ciò che mi dirai rimarrà tra te e me. Raccontami cosa ti è accaduto>>
Lisa la fissò per un tempo che al medico parve interminabile tant'è che la stessa pensò che la ragazza si fosse  richiusa nel suo mutismo quando improvvisamente Lisa parlò:
<< Avevo nove anni la volta che mi macchiò la gonna. Il  sangue  colava dappertutto. Da allora il rosso mi ha perseguitato e ogni qualvolta percepivo l’odore del vino rosso io sapevo che dopo mi sarebbero entrati dentro, prima uno poi l’altro.>>
La dottoressa sommessamente disse:
<<Il rosso delle fiamme brucia tutto, tutto viene cancellato>>
<<Volevo morire anche io nell’incendio, cancellare tutto . L’istinto  mi ha spinto a fuggire.>> rispose Lisa.
La voce della ragazza era calma,  pacata. Una lacrima furtiva le scese dagli occhi seguita da altre e altre ancora, dando  in tal modo sfogo al dolore,  rabbia rassegnazione che per tanti anni l'avevano accompagnata. Poi si calmò. Tornò al suo silenzio.
 Da quel giorno Lisa riprese a parlare.
 Finalmente fu chiaro alla dott.ssa che la ragazza aveva subito violenze dalla più tenera età, probabilmente poco dopo la morte della madre.
Risultò evidente che il padre della ragazza, orefice e benestante credeva di poter abusare della figlioletta ogni volta che si ubriacava. Lo considerava un diritto acquisito. Il giorno seguente  all'episodio violento regalava alla figlia anelli e bracciali d’oro che lei buttava puntualmente via. Il fratello aveva seguito la strada del padre:  lo sterco spesso genera altro sterco.
 Lisa era stata schiava delle loro voglie per molti anni, schiava della propria vergogna, schiava dall’odio che provava verso se stessa ogni volta che si concedeva a loro. Aveva infine realizzato che le fiamme avrebbero mondato lo schifo e  tutto sarebbe stato annientato, distrutto.
La dottoressa Santi riuscì a diventare per Lisa il contatto con la realtà.
Spiegò a Lisa che se avesse raccontato il motivo scatenante l'incendio a un giudice la sua posizione sarebbe cambiata e l’infermità mentale sarebbe stata considerata  temporanea.
Il suo corpo era pieno di segni e cicatrici  e nessuno avrebbe messo in dubbio le violenze.
Lisa si rifiutò di parlarne. Riteneva che la struttura in cui era reclusa fosse per lei la giusta punizione.
La dottoressa avrebbe desiderato che la ragazza venisse riabilitata, non era quello il luogo in cui avrebbe dovuto vivere.
Lisa aveva ripreso a parlare e rispondeva formalmente alle domande che le venivano poste dal personale medico e infermieristico, senza raccontare niente di sé,  soltanto la dottore
ssa Santi sapeva...e sperava con tutto il cuore che la ragazza si desse una possibilità.
Una notte Lisa si addormentò con un sonno assorto, come accade quando si assumano psicofarmaci .
Sognò di essere immersa in un mare invaso da squali che la mordevano staccandole la pelle . L’acqua diventava sempre più rossa.
Lei cercava di nuotare ma i pescecani continuavano a divorarla e lei intravedeva in riva la dottoressa Santi che le lanciava una corda a cui lei cercava di aggrapparsi.
Si svegliò in un bagno di sudore con il cuore che le martellava nel petto e prese la decisione. Voleva disperatamente vivere e per la prima volta non si sentì in colpa per il male che gli altri le avevano procurato.
L’avevano divorata lentamente, nello stesso identico modo degli squali del sogno, staccandole  pezzi di carne ma nessuno le aveva lanciato una fune fino ad allora.
Ora la decisone era la sua.
Aggrapparsi alla fune  o lasciarsi annegare  e per la prima volta nella sua esistenza pensò che forse non tutto era perso.
Capì che aveva compiuto un atto criminale cercando di cancellare se stessa. Per la prima volta nella sua vita comprese che non puoi ricevere aiuto se non permetti ad alcuno di lanciarti la corda per sopravvivere.
Aveva cancellato il nero della notte e della sua vita incendiando il passato e quella notte decise.

La mattina seguente a colloquio con la dott.ssa Santi raccontò il sogno.
La dottoressa disse:<<Cos’hai deciso di fare?>>
Lisa rispose:<<Afferrare la corda, sperando che non si spezzi>>
la dottoressa proseguì:<< Se non l’afferri non lo saprai mai>>
Due mesi dopo Lisa usciva dalla clinica per malati di mente per essere inserita in una piccola comunità diretta dalla dottoressa Santi in cui le sarebbe stata data la possibilità di studiare, sperando che si cicatrizzassero  le ferite profonde che aveva dentro sé.
Lisa alzò lo sguardo verso la finestra in cui vi era lo studio della dottoressa Santi sapendo che lei sarebbe stata alla finestra con il suo sorriso rassicurante.
Aveva finalmente permesso che qualcuno le lanciasse le fune, lei vi si era aggrappata e questa non si era spezzata.
Camminò verso il futuro.
Il sole che tramontava illuminava con un radioso raggio  rosso la ragazza. Lisa sperò che il rosso da quel momento sarebbe stato per lei il colore del futuro.


Nessun commento:

Posta un commento

Oggi

Stanca primavera senza luce né ombre, rispecchi la mente malata di una società liquida ormai alla deriva. Le azioni hanno lasciato il po...