domenica 10 giugno 2012

IL RITORNO DI UN SOLDATO

Non ricordo che ora fosse guardavo dal finestrino dell’aereo militare ed era buio.
Non avevo pianto neanche quando avevo visto la morte guardarmi negli occhi decidere se prendere me o buttarsi su qualcun altro ma ora che vedevo le luci della città della mia Italia gli occhi hanno iniziato a bruciare e copiose lacrime sono iniziate a scendere,proprio ora che dovevo dimostrare al mio paese di meritare di essere viva,ora che avrei dovuto stringere la mano al capo dello stato e giustificare con tutti che pur essendo una donna non ero morta,ma ero qua ad accompagnare colui che era stato un uomo un militare un marito ed un padre dentro ad una bara.
Era mio compito accompagnare Sandro in questo viaggio a casa avvolto nel tricolore e in quel momento non ero più un soldato come lo ero stata negli ultimi 3 anni ma una donna.Una donna che aveva vissuto in pochi mesi quello che pochi esseri umani vivono in una vita intera.
L’aereo da trasporto c-130 j della 48 Brigata dell’aeronautica militare sta atterrando sulla pista.
Ora Sandro tornerà da sua moglie e sua figlia avvolto nel tricolore e nessuno saprà mai che in questi otto mesi insieme ho conosciuto più lui di qualunque essere umano. Abbiamo respirato la stessa sabbia visto lo stesso deserto seppellito gli stessi morti e ora torniamo da una missione insieme l’ultima per lui. Atterriamo. La bara avvolta nella bandiera, le forze armate sono in posizione d’attenti. Io seguo la bara ferita: ma non è il braccio a farmi male ma il cuore.Il Presidente avanza commosso e appoggia le mani sulla bara e trascorrono alcuni minuti così.Un altro caduto di guerra, ma siamo soldati, lo dovevamo prevedere dirà qualcuno.Ma come possiamo prevedere la morte quando siamo in Afghanistan per portare aiuto?Mi concentro cercando di ricordarmi che i soldati non piangono.
La vista appannata cerca una via di scampo come se fissando un altro punto potesse scordare tutto quello che aveva visto,ma sceglie il bersaglio sbagliato e si fissa su una ragazza bionda che tiene per mano una bambina di tre anni, a quel punto mentre il corteo prosegue mi trovo davanti la donna che ha vissuto l’agonia di avere un marito lontano,di avere avuto il coraggio di creare una famiglia con un soldato,una donna che ora mi fissa e io in quel momento vedo davanti a me Sandro e stringo la mano alla moglie e poi non ce  la faccio e mi sciolgo in un abbraccio.
Le mie lacrime si confondano con le sue,come al momento dell’agguato il mio sangue si era mescolato con quello di suo marito.
Non dico niente,ci sarà tempo per le parole,per i racconti ora ho bisogno di trasmettere a questa donna il calore e l’amore che suo marito aveva dentro e nel frattempo non posso fare a meno di essere egoista e trarre conforto anche io dalle sue braccia e se il vero amore non finisce con la morte io e questa donna saremmo unite per sempre.
Non è stato facile arruolarmi. Sono nata in un piccolo paese ai piedi del Monte bianco.La quinta di quattro figli maschi.Certamente mia madre quando ha scoperto di essere nuovamente in gravidanza non avrà fatto i salti di gioia,dopo quattro maschi era stanca di lavare stirare,cucinare ed obbedire al marito,ma forse al momento della nascita un sorriso le sarà scappato.Una femmina con cui dividere l’ombra creata in casa da cinque uomini. Un’altra donna che la potesse un po’ alleviare dal dovere mandare avanti la casa,la stalla,gli animali e cinque ragazzi dei quali il più grande aveva dodici anni.Ricordo la mia infanzia come un periodo lontano,poi a ben vedere non sono trascorsi molti anni ma ero una donna in un mondo di maschi.Mia mamma, era serva in casa sua e mi chiedevo come fosse possibile nell’epoca attuale in un mondo in cui le donne possano addirittura diventare presidenti trascorrere le giornate a stirare camicie ed a rammendare calzini.
Lei stessa si stupiva di me,del mio disagio di fronte alla sua rassegnazione.

Ho conseguito il diploma e poi deciso di arruolarmi nell’esercito.
Ricordo ancora dopo essermi iscritta al bando di concorso di averlo comunicato a tavola ai miei. Mio padre ha continuato a parlare dei problemi con il personale della fattoria, mia mamma ha continuato a servire la minestra.In ogni caso a parte questo approccio con la mia famiglia perso nella distrazione che le mie parole per loro senza voce e continuità d’azione avevano creato essendo considerate semplicementi sogni di una ragazza gelosa dei fratelli ho partecipato al concorso e l’ho superato,conseguentemente ho fatto due mesi al centro addestramento di Aosta.

Sono stati i due mesi più duri della mia vita. A parte l’impegno fisico a cui si è sottoposti l’impatto con la caserma e le regole è ben diverso dalla vita in famiglia.Ho capito cos’è la solitudine in quei mesi,ho visto donne schiacciate dalla prepotenza maschile che ancora ci considera inadatte per essere dei militari e spesso veniamo considerate bambole sbagliate,barbie travestite da militari.
Ogni passo falso viene deriso dando la colpa al ciclo e in quei due mesi ho visto soldatesse crollare.Io ho imparato a piangere dentro,fingendo che non mi importasse essere ferita ed umiliata ed essere trattata da essere sbagliato solo per il fatto di volere entrare a far parte di un corpo che è sempre stato ad appannaggio degli uomini.Piangere dentro insegna a mascherarsi esternamente ed io in quel posto ho imparato a diventare un soldato.
Trascorsi i due mesi,sono stata inviata al mio reparto di destinazione nel corpo degli alpini,fatto altri due mesi d’addestramento e finalmente arruolata come fuciliere.
Ho giurato di fronte ai miei quattro fratelli ai miei genitori ed ho provato la gioia più grande.Da sempre le donne hanno combattuto a fianco degli uomini,le donne e gli uomini prima di noi hanno creato il nostro paese ricordiamocelo.Ci sono stati molti eroi nella resistenza e potremmo paragrafare nomi. Ma donne? Forse non hanno contribuito ad unire l’Italia?Ricordo solo Anita Garibaldi,l’unica di cui forse si parla e non per la grande donna che è stata ma per essere la moglie di Garibaldi e non indossava la divisa ma aveva il cuore del soldato e non c’è differenza di sesso nel cuore.Il cuore non ha sesso,come non ha sesso la volontà,come non ha sesso la paura, come non ha sesso la morte.

La mia vita in caserma non è stata semplice.Purtroppo anche in questo caso in quanto donna ho dovuto lottare di più che se fossi nata uomo.Le ragazze belle e disponibili venivano premiate con turni e servizi meno duri.Quelle come me,che non usano il corpo per avere le strade agevolate erano sottoposte a lavori più massacranti.Ricordo però grandi risate,sigarette divise fino a bruciarsi le dita e momenti di grande ilarità che forse solo la vita di caserma regala e mai un momento sia nei periodi più duri che in quelli più facili ho pensato che fosse troppo stretta per me quella divisa.

La vita di caserma mi ha insegnato a rispettare gli altri perché la coesione è determinante per qualsiasi missione,a farmi rispettare e cosa ancora più importante a rispettare me stessa.Ero una donna in divisa.Essere donna ha mille sfacettature e in un solo genere racchiudiamo tutta l’eternità;Diamo la vita,sappiamo donare il cuore e non è mai stato il lavoro a spaventarci.Abbiamo spalle grandi per sollevare i pesi dei nostri uomini ed è così da quando è iniziato il mondo,abbiamo braccia forti e la possibilità di alimentare le creature che generiamo. La natura ci ha reso speciali e non deve essere motivo per farci sentire inferiori. L’inferiorità nasce nella mente di chi la crea e li deve morire.Il mio battaglione era impegnato in imprese all’estero e ne parlavamo tra noi.Partivano e tornavano alpini da missioni in Afghanistan, Libia e sentivo sempre più il desiderio di mettermi alla prova e partire anche io.Il motivo principale per il quale ho deciso di andare in missione era quello di provare a me stessa che potevo farcela anche in condizioni difficili,che amavo davvero il lavoro che facevo e che non mi interessava indossare la divisa semplicemente per le adunate,o per una vita militare da caserma.

Volevo lavorare direttamente, rappresentare il mio paese.Avevo preventivato tutto prima di fare domanda: la diffidenza degli amici,lo sconforto dei genitori che già avevano accettato con difficoltà d’avere fatto cinque figli,di cui uno soldato e proprio quello sbagliato. Avevo preventivato anche la morte. Sapevo a cosa andavo incontro,alle difficoltà che avrei incontrato,alla nostalgia del mio paese e avrei sentito l’odore della paura. L’odore della paura era per me la cosa più spaventosa,quello di cui si parla sempre tra soldati.La paura spesso appare un concetto astratto invece ogni volta che lasci il campo ed esci in missione la paura prende consistenza e l’odore acre che emana è così forte a volte da farti tremare.Sei un soldato e vai avanti questo è il tuo dovere e la conseguenza della vita che ti sei scelto.In quel periodo non avevo un fidanzato.Ad essere sincera dopo il mio arruolamento avevo avuto qualche lieve flirt dovuto più che altro all’occasione ma avevo condotto la mia vita in modo misurato dedita allo studio ed ero stanca e sfinita dopo avere passato ore a camminare nella neve,cercando sempre di non ammalarmi perché io sono ancora dello stampo che un soldato vero non si ammala.Ero ancora molto inesperta e credevo di essere ormai un buon soldato e una donna adulta.
Avevo 26 anni e  raggiunto il grado di sergente.Grado sudato di cui andavo fiera e credevo di avere visto nei miei 3 anni di ferma molte cose che mi avevano segnato e pensavo che nulla più avrebbe potuto annientare la mia consapevolezza di essere un buon soldato ma questa prova me la dovevo. Era il momento giusto.
Dopo circa 4 mesi dalla mia domanda venni convocata e mi fu detto che sarei partita per l’Afghanistan in missione umanitaria a Camp Tora la base militare delle nostre milizie, luogo noto perché si diceva che anche il capo dei talebani mullah Omar avesse usato quella base come alloggio.Il nostro compito sarebbe stato quello di raggiungere villaggi e rifornire agli abitanti del posto i beni di prima necessità.Era una nuova esperienza che dovevo a me stessa e se fossi morta lo avrei fatto per un ideale in cui credevo fermamente. Sono arrivata in Afghanistan il 1/7 e non parlerò del viaggio estenuante per arrivare al campo.Voglio parlare di come una donna può riuscire a convivere in un territorio lontano,circondata da soldati e soldatesse e trovare la forza di andare avanti.Appena arrivati siamo subito stati accolti in modo caloroso,soprattutto dai commilitoni che rientravano in Patria e di cui noi prendevamo il posto
.Ho conosciuto tutto il reparto e molti già li conoscevo perché avevano fatto con me l’addestramento o erano stati miei compagni in caserma.I primi giorni ci spiegarono in cosa consisteva il nostro lavoro;Pattugliare il territorio in una zona in cui i guerriglieri si dividono in fazioni armate e tra i monti si annidano cellule di Al Qaeda.Il nostro compito era quello di collaborare con i civili in opere a favore della ricostruzione portare cure e viveri.Devo ammettere oggi di aver vissuto in quei sei mesi tutte le emozioni che non ero riuscita a vivere in 26 anni.
Tutto è potenziato all’ennesima potenza quando sei soldato in terra straniera.Il senso di appartenenza al reparto viene vissuto come fosse davvero un respiro unico e i tuoi colleghi in quei mesi sono la tua famiglia e anche le gerarchie che in Patria vengono rispettate qua diventano molto più cameratesche.
Ho conosciuto Sandro in missione,si trovava li già da tre mesi ed era la 6 missione a cui prendeva parte.Lui aveva il grado di Maggiore.Con Sandro uscii dal campo per il mio primo pattugliamento e ricordo ancora la mia tensione e le sue raccomandazioni-Sempre allerta,non perdere mai la concentrazione,siamo mire e dobbiamo avere la consapevolezza di esserlo.Non esiste la sicurezza di rientrare,un attentato una mina o anche semplicemente un cecchino possono colpirci in qualunque momento e non bisogna credere che questi mezzi blindati di fronte a un Ied non saltino per aria.Devi essere attenta perché non rischi la vita solo tu ma anche chi lavora con te-Ho impartato tutto quello che so da Sandro e devo a lui la mia vita.
Si passavano anche momenti giocosi al campo,si rideva per la minima battuta e io mi sono spesso trovata con le lacrime agli occhi per il gran ridere fino a quando la risata diventava un pianto un singhiozzo e i nervi cedevano di fronte all’avvicinarsi della notte.E non fingerò’ di non avere pregato ogni sera per la mia vita.Con Sandro ho imparato a rispettare il nemico non sottovalutandolo mai.Era sempre in agguato e accettando e avendo la consapevolezza di ciò non avrei corso più rischi del necessario.Lui aveva 32 anni alto,occhi azzurri,aveva in Patria una moglie ed una figlia di tre anni. Spesso cercava di comunicare con la moglie tramite il pc ma non sempre la linea lo permetteva a volte frustrato spegneva il pc e usciva dalla tenda a fumare e in quelle sere io ho scoperto quest’uomo ed ho scoperto anche me stessa,anche dall’altra parte del mondo ero una donna,capace ancora di provare tutti i sentimenti:amicizia affetto nostalgia desiderio.Sandro in una di quelle sere mi disse                                 -Io non sono d’accordo ad avere le donne nell’esercito-
Rimasi come scottata,lui il mio migliore amico, il soldato aperto e democratico che mi aveva accettato senza mai fare un commento sul fatto che fossi donna ora mi confessava una cosa che mi lasciava allibita. Molti militari me lo avevano detto chiaramente altri invece lo facevano capire con i loro atteggiamenti ma Sandro dopo un mese di vita in comune mai.
-Come? Non me lo hai mai detto- chiesi
 – Sono contrario, proseguì: -Da sempre è andato l’uomo in guerra,fin da bambini ci educano a fare la guerra con i soldatini ,fortini e credo quindi sia naturale inserirsi nel sistema.Come fai a vivere qua?Come fai a non desiderare di essere a casa,magari di mettere su famiglia? Come fa una ragazza bella come te,passare la giornata in mezzo alla polvere?-
Non sapevo cosa rispondere e dissi:- E’ una scelta-
Lui rispose:
- Non volevo sposare Laura,lei sapeva che non avrei rinunciato alle missioni.Io ce l’ho nel DNA.Se rimango troppo in Italia divento nervoso,mi sento inutile.Ho provato a resistere un anno dopo la nascita della bambina ma poi ho dovuto partire. Credo che questo senso di inqueitudine facesse parte della natura maschile.Tu perché sinceramente ti sei arruolata?Perché sei qua in Afghanistan?Volevo essere sincera e a tal punto risposi: - Dovevo dimostrare a me stessa di avere e stesse capacità di adattamento di un uomo e amo l’arma e volevo farne parte attivamente-
Lui allora continuò a chiedere- Come concili essere donna con essere soldato?-
Di fronte a quell’ uomo in mezzo al nulla lasciai il mio cuore  parlare e dissi
- E’ dura cercare di non piangere camminare quando i piedi sembrano due mattoni pesantissimi.E’dura vivere lontano da casa,è duro nascondere le emozioni che sento dentro a questa divisa.Spesso temo di non essere dopo questa esperienza in grado di vivere una vita normale e mi domando che persona sarò al di fuori del mio lavoro.Mi chiedo se sarò ancora capace di essere una donna,di diventare una madre,di innamorarmi e di fare innamorare qualcuno di me.A volte mi domando che aspetto ho e poi mi sento in colpa per aver pensato ad una cosa così fatua. E’tutto duro. Il ciclo,il dolore e anche solo il sangue che si mescola al sudore nelle camminate è duro dimostrare che so fare tutto come un uomo-

Sandro tacque un po’ di minuti aspirando il fumo della sigaretta e poi automaticamente passandomela rispose:
- Non devi dimostrare di essere un uomo perché non lo sei,sei un soldato ma prima di tutto sei una donna e anche se le due cose per me non si mescolano bene che dire? Sei un bravo soldato, sei una donna molto intelligente e bella e sarai una brava mamma quando lo vorrai, riuscirai a far combaciare maternità e carriera,non hai nulla in meno di me né di alcun altro uomo-
Non mi aspettavo quelle parole e tacqui,arrossendo. Lui scosse le spalle per dare un po’ di superficialità al suo discorso e disse
 -Sai cosa penso io? Tu sei in guerra con te stessa,devi provare delle cose che sono già acquisite,ti metti alla prova per dimostrare qualcosa.Tu sei tu e potrai metterti alla prova mille volte ma non sarai mai soddisfatta finchè non farai la pace con te stessa-
Rimasi a fissarlo un po’stupita, indecisa se mandarlo al diavolo anche se aveva riassunto la verità in modo lucido,ci pensai un attimo e invece dissi:
-Tu come mai sei in Afghanistan?-
Lui sorrise stanco e aspirò una boccata di fumo e rispose:
-La prima missione la svolsi in Iraq. Non so neanche perché ci andai in realtà,forse per noiaper provare un’esperienza diversa. Mi fermai tre mesi e in quei tre mesi la mia vita assunse un significato diverso,anche essere un soldato aveva senso.Ero attivo su un territorio di guerra e non lo ero mai stato. A quella ne seguirono altre.Per un periodo decisi che non sarei più andato in missione dopo la nascita di Giorgia, invece non ho potuto fare a meno di partire,è un richiamo forte e penso che a tutti quelli che sono qua dopo la prima volta accada-
- Non lo so- risposi io- Ora quello che voglio più di tutto è una doccia e che tu mi passa la sigaretta-
Lui me la passò e rise dicendo:
- sergente in branda che domani alle cinque c’è la levataccia-
-Signorsì- risi io.
Io e Sandro uscivamo spesso in ispezione insieme,ero già in Afghanistan da due mesi e non era accaduto nessun incidente ed eravamo abbastanza tranquilli.La sera all’interno delle tende si cercava di divertirsi e una sera organizzammo una festa di compleanno di un sergente di Belluno che compiva 28 anni. Divertente organizzare la festa a sorpresa e soprattutto dopo due mesi rivestire abiti femminili.Mi preparai con cura quella sera addirittura mi truccai un po’e misi un vestito lungo colorato.Anche gli altri si erano agghindati al meglio e per la prima volta da quando ero sul luogo mi parve di essere una ragazza normale che è ad una festa con amici.Ridemmo e ballammo e Sandro mi parve ancora più bello con la sua camicia bianca stropicciata.Capii di essere innamorata di lui quando mi fissò e sorridendo disse:
- Vieni ti faccio vedere una cosa- .
Mi prese per mano e ci incamminammo in un punto buio del campo. La musica era  lieve e lui sedendosi per terra disse:
- guarda il cielo e dimmi quale stella brilla di più-
Il cielodi notte in Afghanistan ha in sé tutti i colori del mondo, le stelle lo illuminano quasi a giorno e in quegli attimi fissando l’infinito ci si accorge di essere parte del creato,infinitesimali e ci si aggrappa al momento,a quello che quell’attimo può portare in sé. Non risposi alla domanda di Sandro e lui disse:
- Lo sapevo non puoi rispondere, la stella che brilla più di tutte sei tu-. Appoggiai la testa sulla spalla di Sandro e quella calda notte non parlammo quasi più ma passammo ore a guardare il cielo.
Per tutta la vita rimarrà impressa in me quella notte e quel cielo nella semplicità che può avere un amore che nasce.
Per due giorni non vidi Sandro. Era andato a Kabul e al ritorno si era fermato insieme ad alcuni uomini del reparto nei villaggi per parlare con i capovillaggio sentire le loro esigenze,consegnare viveri e medicinali.
Quando lo vidi tornare mi parve ancora più profondo il suo sguardo.Io ero di guardia.Fu abbastanza freddo nel saluto e si ritirò.Quella sera lo aspettai fuori dalla tenda, fingendo di fumare,ma anche il fumo ora mi pareva pensante.Non provai a contattarlo perché sapevo che lui poteva vedermi dalla sua postazione e quindi rientrai e cercai di dormire.Non so se riesco a spiegare cosa significa innamorarsi di un soldato sposato con una bambina in mezzo al nulla.Si prova rabbia,frustrazione,angoscia.
Sapevo benissimo che lui non avrebbe mai fatto un passo verso di me e in quella notte davvero mi odiai.Anni a spiegare al mondo che non ero meno dei miei fratelli,cercare di fare capire ai miei genitori che esistevo anche io.
Anni a dimostrare a me stessa cosa? Che mi partiva il cuore come a qualunque ragazza della mia età ma nel posto sbagliato,nella condizione sbagliata e soprattutto con l’uomo sbagliato.Il giorno dopo io,Sandro e un’infermiera uscimmo per andare in un villaggio .Era necessario ci fosse una donna per potere visitare le donne del villaggio. Il viaggio di andata fu tranquillo.L’infermiera riuscì ad aiutare una donna a partorire con un cesareo di urgenza, aiutai anche io e quando la creatura nacque ero intrisa di sudore come la madre stessa e nel vedere la creaturina che veniva al mondo, femmina in un paese in cui le donne sono considerate nulla piansi. Piansi per lei, per sua madre che ora avrebbe dovuto lottare con tutte le sue forze per rimettersi e giustificare al marito la nascita della terza femmina. Nel viaggio di ritorno nessuno di noi parlò se non lo stretto indispensabile. L’infermiera era stanca e provata e io mi sentivo infinitamente triste e fissavo le spalle dell’uomo che avevo davanti.
 Ad un certo punto sentii spari dalle montagne circostanti. Sandro gridò:
-Sparano con armi automatiche, giù-
In quel momento mi parve davvero un miracolo che  il nostro mezzo non fosse colpito neanche dai tre razzi sparati dalle montagne.
Sandro chiamò l’appoggio aereo e arrivarono i caccia e gli elicotteri americani. In quei minuti lo spirito di sopravvivenza oltre alla preparazione che in questi anni ci è stata data proprio per cercare di sopravvivere in queste condizioni, prese il posto della paura.
Sandro riuscì a guidare il mezzo al campo terminate le munizioni e quando rientrammo mi stupii di essere ancora in vita.In Afghanistan si muore per molto meno.Sandro quando scesi da blindato mi disse:
-Ottimo lavoro sergente-
mi limitai a fare un cenno con il capo e me ne andai.Quella sera non provai neanche ad uscire dalla tenda,sapevo che Sandro era collegato con sua moglie.Probabilmente lei non avrebbe mai saputo che suo marito aveva rischiato la morte.Quella sera provai un sentimento che mi fece inorridire,ero gelosa di quella donna.Una donna che era a migliaia di km di distanza dal marito rischiando ogni giorno di trovarsi vedova con una bimba. Provai orrore per me stessa.La situazione non cambiò.
Io e Sandro non ci trovammo più a fare turni insieme quindi ci vedevamo solo la sera per il pasto e non scambiavamo altro che un saluto.Non ci furono più attacchi Talebani in quella settimana e quindi stabilizzandosi la situazione il clima nel campo era un po’ più sereno.Aspettavamo  i nuovi arrivi da Fossano, poiché una squadra era in partenza dopo otto mesi di Afghanistan. L’entusiasmo regnava nei loro discorsi e addirittura riuscimmo a fare una festa di addio al celibato ad un ufficiale che stava per sposarsi..Improvvisammo addirittura uno streep maschile con un fuciliere  che avevamo agghindato con piume e un assurdo vestito.Ci furono risate,canzoni,qualche birra e Sandro si sedette accanto a me e parlammo.Parlammo dell’Italia.Parlammo della sua bimba che cresceva senza di lui e il suo senso di colpa era in quei giorni alle stelle ma non facemmo cenno a noi. Ballammo,quando mi strinsi un po’ di più,mi scostò e lasciò la festa.Io decisi di rimanere e stranamente riuscii a divertirmi anche senza di lui.Tutto viene acutizzato quando sei in missione e l’affetto per i miei compagni era sincero.Anche le altre donne del campo erano simpatiche e insieme parlammo delle cose tipiche delle donne prendendo in giro bonariamente i maschi e mi sentii ancora una volta di più in famiglia.Fu una notte allegra in quell’angolo di mondo.Avrei dovuto mettermi in comunicazione con i miei,era già alcuni giorni che rimandavo,ma per me in quel momento non esisteva altro che la mia base, il mio lavoro ed i miei amici.Avevo trovato un’identità dove di norma l’identità si perde e mi sentivo accettata e utile.
Il giorno dopo ero di riposo.Mi alzai per salutare i venti soldati che rientravano in Italia e che sarebbero stati sostituiti.Ci furono strette di mano ed abbracci e il ragazzo a cui la sera prima avevamo fatto la festa di addio al celibato mi disse abbracciandomi:
- sempre in guardia-
Era stato uno degli amici più cari in quei mesi ed ero rammaricata che partisse anche se ero felice per lui che tornava dalla sua fidanzata.Dopo la partenza del contingente tornai a dormire.Ero ancora sotto i postumi della sbornia della sera prima e non riuscivo a svegliarmi del tutto.Non so quante ore passarono,doveva essere tardo pomeriggio quando sentii delle voci acutizzarsi nel campo,mi parve anche di sentire una sirena in lontananza.Stetti un po’ in ascolto e poi non cogliendo altri segnali mi rilassai.Sentii piangere e il cuore mi salii in gola,era accaduto qualcosa.Mi misi le scarpe e uscii dalle tenda quando vidi Sandro che mi veniva incontro.Lo guardai e il suo viso fu per me la risposta.Riuscii a formulare: - Cosa è successo? –
Lui per la prima volta da quando lo conoscevo scoppiò a piangere e mi abbracciò. Cercai di calmarlo pur avendo le lacrime in gola,dopo un po’ lui sussurrò:
-cinque dei nostri ragazzi sono morti-
Io dissi
- chi? Come?- 
Sandro non riusciva a parlare ed era sempre stretto tra le mie braccia quando rispose:
-Hanno teso un agguato, probabilmente sapevano che c’era un cambio di soldati, avevano costellato la via di mine che non erano stati rilevati dai radar,la camionetta è esplosa-
e disse il nome di cinque militari che avevano vissuto con me in quei mesi: un fuciliere,un sottotenente,un sergente,un tenente e un’opeatrice mezzi speciali.Rimasi gelata, erano i miei amici con cui la notte prima avevo riso e scherzato,era morto anche il sergente che tornava in Italia per sposarsi e che aveva raccomandato a me di stare all’erta.Ero sotto choc.Non riuscii a piangere ma tenni stretto a me Sandro e lo calmai accarezzandolo fino a quando si calmò.Lo accompagnai alla sua tenda,lo feci sdraiare,era evidentemente preda di una crisi di nervi,tremava e non lo avevo mai visto così.Chiamai il medico del campo che gli somministrò un ansiolitico.Lo lasciai steso sulla branda,con gli occhi a fissare il vuoto e mi ritrovai ad abbracciare tutti gli altri ragazzi che erano in missione con me.Non tornai in tenda ma rimasi nella sala relax,con me altri soldati e dopo l’angoscia di cinque minuti prima ora era calato un gran silenzio.Io pensavo che prima della cammionetta era passato il rilevatore mine ma era tutto sbagliato,tutto completamente sbagliato.I giorni seguenti furono tristi e ognuno svolgeva le proprie attività in modo circospetto come se la morte potesse colpirci nuovamente. Non si sentivano più risate in quei giorni.A mensa regnava il silenzio e quando seguimmo i fumerali di Stato del nostro contingente in televisione io piansi senza vergogna quando vidi la ragazza che doveva andare in sposa al mio amico e pensai al suo dolore.Aveva certamente già l’abito pronto,le bomboniere e la casa preparata e il suo fidanzato era rientrato a casa in una bara.Provai un odio feroce e guardando i miei compagni capii che i miei sentimenti erano da tutti condivisi.In quei giorni fui colpita da una gastroenterite acuta che non mi permise di svolgere il mio lavoro,in più mi era anticipato il ciclo ed ero a pezziVenne spesso a trovarmi Sandro,lui aveva ritrovato la propria fermezza mentre io ero completamente in tilt.Un giorno mi disse
-  Ho pensato che forse dovrei chiedere il tuo rientro-
Lo fissai inferocita e risposi:
- Marco visita per tre giorni e mi vuoi  mandare via?
Lui rispose:
-Sono preoccupato,la situazione è sempre più pericolosa,i ribelli dalle montagne stanno colpendo duro,non voglio vederti morire-

Gli occhi mi si colmarono di lacrime e lo abbracciai e per la prima volta le nostre bocche si unirono in un bacio furioso e disperato. Poi così come era entrato uscì.
Giuro che il mio cuore era in uno stato di tensione che pareva scoppiare da un momento all’altro.
Mi aveva baciato,aveva detto che non voleva io morissi.Il mio sentimento per lui era grandissimo e la sola idea che fosse contraccambiato mi riempiva di brividi.
Mi ero sempre riproposta di non innamorarmi mai di un uomo sposato,forse perché non mi ero ancora mai innamorata nella vita.
Ma come si fa a recidere i sentimenti? E poi mi domandavo: Perché? Eravamo lontani km da casa,forse non saremmo neanche rientrati.Perché dovevo rinunciare all’uomo che amavo e che avrei potuto avere solo li in terra straniera?
Molti di noi vennero trasferiti in un’altra base militare a 70 km da kabul.Io e Sandro restammo li e riprendemmo le nostre ricognizioni insieme.Le cose tra noi si erano nuovamente stabilizzate.Avevamo ripreso a passare le serate fuori dalla tenda e ora si erano uniti a noi altri militari arrivati da poco tra cui anche una ragazza con i gradi di sergente venuta da Torino.Provai subito antipatia per questa ragazza e credo che la cosa fosse reciproca.Non avevo mai invidiato l’avvenenza fisica,ma questa volta non potevo fare a meno di guardarla camminare e pensare che anche nella divisa lei non perdeva grazia e femminilità.Non potevo fare a meno di sentire i commenti dei colleghi e anche quelli di Sandro che sembrava che da quando ci fosse lei avesse ritrovato un po’ di buon umore. Probabilmente era solo una mia idea,ma a tutti i sentimenti che io sono riuscita a provare in quel periodo della mia vita ci aggiungo anche la gelosia e l’invidia così sono a cifra tonda.I giorni passavano e di li ad un mese Sandro sarebbe rientrato in Patria.Aveva deciso di prendersi un periodo di riposo e poi probabilmente sarebbe tornato in Afghanistan.Io sarei andata via di li a tre mesi.La sera parlavo quando era possibile tramite pc con i miei genitori a cui raccontavo solo una minima parte delle cose che facevo e vedevo.Tutti facevamo così. Dicevamo che tutto andava bene,che non si correvano pericoli più di tanto,che il rancio era buono. Tutti sempre la stessa cosa;Nessuno parlava della morte con cui ogni giorno entravamo in contatto, nessuno parlava dei bambini malati e spesso morenti con cui avevamo a che fare.Nessuno diceva che la paura aveva un odore così acre che quando ti assaliva non riuscivi a togliertelo neanche lavandoti profondamente. Intanto venne Natale.Un freddo gelo colpì il paese e non ci riusciva a scaldare se non rinchiusi nelle tende.I periodi in cui eravamo in perlustrazione con la divisa invernale pareva di essere nudi.La notte di Natale assistemmo alla messa solenne celebrata da un monsignore che rievocò i Natali in famiglia,gli alberi illuminati i presepe;Ciò mi procurò una forte nostalgia dei miei Natali a casa.Il pranzo Natalizio con la tavola imbandita,la nonna che fino a qualche anno fa viveva con noi,i miei fratelli e anche le loro prese in giro mi mancavano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Li asciugai furtiva e alzando lo sguardo vidi Sandro che mi guardava. Anche noi avevamo fatto un albero al campo e non era neanche male.Era Natale e mi trovavo a migliaia di km da casa e forse non avrei mai più visto mia mamma e le lacrime ripresero il sopravvento.Dopo la Messa chi era di turno la mattina seguente si ritirò.Io andai a mangiare una fetta di panettone e a bere un dito di spumante.Decisi di andare a letto con la speranza di riuscire il giorno seguente a comunicare con i miei. Stavo per svestirmi e ringraziavo il cielo che la”mia stanza” era calda.La ragazza che dormiva con me era tornata a casa e quindi ero sola per qualche notte. Era divieto assoluto per i soldati entrare nelle tende delle soldatesse se non in caso di pericolo e quando sentii bussare e capii che era Sandro mi stupii e aprii dicendo:
-Cosa fai qua? Vuoi che ci mettino di guardia vita natural durante?-
Lui sorrise e disse:
-Magari ci issano sulla torretta come spaventapasseri per qualche cecchino-
Risposi
- non è divertentissimo-
Lui seguì
- Questa notte sono il maggiore in questo reparto. Quindi rilassati-
Poi continuò:
- Sono venuto per darti una cosa.Non mi andava di dartela davanti a tutti,sai come sono pettegoli l’ho presa al mercato nero a Kabul e non volevo dare spiegazioni-
Lui allora sorridendo mi porse un pacchetto con un fiocco rosso e mi disse:
 -Buon Natale,spero ti piaccia-
Aprii il pacchetto e ne uscì un braccialetto d’oro a maglia lavorato molto finemente con delle piccole pietre blu e rosse. Guardai commossa il braccialetto e dissi:
-Grazie è stupendo-
Lui sorrise e rispose:
- Ne sono felice. Il prossimo anno probabilmente non saremo insieme e volevo che tu sapessi quanto sei importante per me. Quanta forza mi dai, quanto io pensi a te sempre-
I miei occhi cercarono i suoi e capii che mai quel momento sarebbe tornato se me lo fossi fatta sfuggire perciò dissi:
- Ti amo Sandro-
Lui mi fissò ancora qualche secondo e rispose
 -Buon Natale Marta-.
Era sul punto di uscire quando io lo fermai dicendo con voce ferma
- Resta-
Lui si bloccò e mi si avvicinò e piano mi disse:
- Lo vuoi davvero?-
A quel punto tutto assunse la tinta offuscata della passione.
Non ricordo molto di quella notte posso solo esprimere le sensazioni che provavo stando tra le sue braccia e diventando un corpo unico con Sandro. In quel momento mi pareva che il mondo fosse tutto racchiuso in quel momento e mi sembrava ci fosse una musica in sottofondo.
La sua pelle aveva un gusto salato che mai scorderò e mentro lo baciavo sentivo il mio cuore ed il suo battere all’unisono come fossero fatti della stessa carne.
Quando entrò in me mi parve di vedere accendersi il cielo nella mia tenda e capii che mai più avrei provato una sensazione del genere. Non esisteva più la paura,più il pericolo.Non esisteva più l’Afghanistan ed il campo.Esistevamo io e lui e tutto quello che eravamo stati in quei mesi.Facemmo l’amore con tutta la passione e la disperazione di chi sa che non durerà, di chi sa che questo momento sarà sempre impresso nella memoria ma non si tradurrà mai in un rapporto futuro.Piansi anche,non so se di gioia, di piacere o di disperazione al pensiero che quell’uomo non era mio e sapevo con certezza che mai lo sarebbe stato.Fu la notte più bella di tutta la mia vita e mai ero stata amata così come in quella notte.Mai mi ero sentita una donna come in quella notte e mentre le sue mani percorrevano il mio corpo l’unica cosa che desideravo era che lui riuscisse a percepire anche solo una parte dell’amore che provavo per lui e quando dopo ore lo guardai negli occhi capii che aveva preso da me tutto quello che le avevo donato e lo stesso avevo fatto io.
Non dormimmo ma passammo ore ad accarezzarci. Al giungere dell’alba lui tornò nella sua tenda dopo avermi detto:
- Marta ti amo, non lo scordare mai. Anche quando sarò lontano, l’amore che ho per te non finirà,è immenso da farmi paura-
La mattina seguente, il giorno di Natale, io riuscii a parlare con i miei genitori e Sandro parlò con sua moglie e la sua bambina che le descrisse i doni ricevuti.
Non potei fare a meno di sentire la loro conversazione in quanto la sala con i computer era sistemata in un angolo vicino alla sala relax e quindi sentii Sandro promettere che sarebbe rientrato presto e che il prossimo Natale sarebbe stato con la sua famiglia.
Quando terminò la conversazione e uscì dalla postazione mi guardò e io compresi che non ci sarebbe stato un domani per noi,che non si sarebbe ripetuta la notte precedente. Lui mi sorrise e disse
- Marta, sai la cosa che mi fa più male?-
io risposi piano
- Quale?-
Lui continuò
- Sapere che non puoi essere mia –
 Io ero molto razionale in queste cose e non mi aspettavo niente di più di quello che avevo avuto.
Non volevo che Sandro lasciasse la moglie per me.Non era stata una notte basata unicamente sul desiderio ma su sentimenti forti creati dalla condizione in cui ci eravamo trovati e sapevo che lui di li a pochi giorni se ne sarebbe andato e quindi dissi calma
-Devi tornare da tua moglie e tua figlia maggiore e farò di tutto per farti rientrare vivo-
Lui sorrise e mi abbracciò.Purtroppo invece queste parole non furono profetiche e mentre sono qua e fisso il tricolore in cui è avvolto il corpo di Sandro penso che non sono riuscita a fare in modo che lui tornasse vivo.Da quel giorno tra noi si instaurò un rapporto solido,come se fossimo davvero un corpo unico.Eravamo quasi sempre di turno insieme e riuscivo a sentire addirittura i suoi pensieri,la forza che questi avevano e la fatica che lui faceva cercando di non cercare un rapporto fisico con me.
Capivo cosa pensava e anche quando il pensiero andava in Italia a sua figlia mi rendevo conto che la sofferenza nel dovere lasciare me era forte.
Credo che anche lui sentisse cosa provavo io.Avevo deciso di rispettare la sua scelta e non cercai mai di ricreare la situazione per fare l’amore con lui.
Volevo lui tornasse a casa senza lasciare me con la speranza di un futuro e volevo che tornando non avesse sensi di colpa perché la notte che c’era stata tra noi era magica e quindi come ogni favola era terminata.I
n quei giorni parlammo molto delle nostre vite,della nostra infanzia e io credo di sapere di lui più cose quasi che di me stessa.La sera fumavamo sigarette e freddo e poi ognuno tornava nelle proprie tende.Intanto dividevo la tenda con due ragazze che si sentivano un po’ a disagio nel campo con noi,che eravamo quelli che erano in missione da più tempo.Ancora una settimana e Sandro se ne sarebbe andato
.Non avevamo mai parlato di rivederci in Italia.Lui era di reparto in Friuli e quindi sarebbe tornato in caserma a Udine.Io dopo un mese sarei rientrata a Torino.Era un mercoledì,eravamo andati al villaggio vicino al campo e tutto era andato bene.Il malek avevano offerto a Sandro il the con l’aggiunta di latte di capra,esposto le sue richieste e tutto era tranquillo.Io ero soddisfatta della giornata e pensavo che il nostro lavoro era importante.Eravamo in colonna con due fuoristrada afghani affiancati,quando una scarica di colpi si abbatte’su di noi,io cercai di rispondere al fuoco e Sandro ci gridò ordini e continuò a colpire i ribelli, quando,il blindato viene colpito freneticamente e il maggiore Sandro Valli mi getto’ a terra e mi coprì con il suo corpo continuando a rispondere al fuoco.Cercai di alzarmi,ma il suo corpo era pesante.
Riuscimmo a scappare e io fui colpita ad un braccio e vidi il sangue scorrere.
Sandro era ancora sopra di me e il sangue che mi usciva dalla ferita era molto.Scostai Sandro e mi accorsi che aveva una ferita aperta sul petto.Cercai in tutti i modi di tamponargliela e i suoi occhi mi fissavano,sussurrai parole d’amore,gridai ai compagni di accelerare,il medico cercò in tutti i modi di fermare ill sangue gli occhi di Sandro mi continuavano a guardare e io sperai fino a quando il suo cuore cessò di battere.
Ora io Marta Brochart sergente attivo in Afghanistan sono davanti al tricolore in Italia ad accompagnare nel suo ultimo viaggio l’uomo che amo e che per me ha dato la vita.Guardo la moglie e la figlia e dopo l’ultimo saluto mi dirigo verso di loro e consegno alla moglie il cappello con la piuma.
Lei sorride tra le lacrime,io non so più che dire e lei semplicemente da grande donna quale è mi dice guardandomi negli occhi:
- Marta non sprecare la tua vita,vivila anche per Sandro.Lui ha voluto così-

Grazie a quelle parole capisco che la mia lotta interna è finita,che non devo dimostrare più nulla e che vivrò anche per Sandro perché se una parte di me è morta con lui,una parte di lui continuerà a vivere in me,in sua moglie e sua figlia 3 donne che lo hanno amato e che lui ha a sua volta amato.

Questa è la mia storia.Una donna soldato che si è nascosta dietro alla divisa per trovare se stessa e grazie ad un soldato ha scoperto di essere una donna.





1 commento:

  1. Letto tutto d'un fiato...
    sono un sergente in Afghanistan al momento..
    mi hai toccato il cuore...

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