giovedì 29 dicembre 2011

IL MIO PICCOLO LAGO

Pubblico una parte dei miei racconti, che ho scritto negli anni...almeno potrò leggerli quando ne avrò voglia e non rimarranno semplicemente su carta.
Non sono autobiografici e parlo di norma sempre alla prima persona in quanto per me è più semplice in tal modo immedesimarmi nella parte per riuscire a descrivere i sentimenti e le emozioni che la protagonista prova.

Questo racconto avrebbe dovuto partecipare ad un concorso che aveva come tema i PARCHI NATURALI...ma non è mai partito.


PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO




Oggi guardando il telegiornale ho saputo che Congo e Kenia, che si sono combattuti in guerre atroci per moltissimi anni ora sono accomunati dalla volontà di tutelare i gorilla dal rischio estinzione, uniti nel lottare contro bracconieri senza scrupoli che sono pronti ad uccidere chiunque per continuare nel loro sporco commercio e nella caccia selvaggia cercando l’arricchimento a discapito dei gorilla mentre impoveriscono non solo la loro anima ma la terra tutta..e questo è solo un esempio di consapevolezza che necessariamente deve entrare a far parte della mentalità di ogni uomo. Distruggendo, noi ci distruggiamo, permettendo alle specie faunistiche d’estinguersi finiremo per  vedere estinguere anche la nostra specie.

Nel nostro paese negli ultimi decenni sono stati costituiti parchi naturali e oasi protette che permettono all’uomo di oggi di addentrarsi  in punta di piedi e soprattutto in  modo rispettoso e non invadente nella bellezza e nella perfezione che soltanto le natura può creare.

 La presa di coscienza della necessità di difendere con tutto l’impegno possibile la terra è il primo passo per salvare il nostro pianeta che spesso è parso volersi ribellare restituendo distruzione alla distruzione e alla mancanza di rispetto che l’uomo credendosi e comportandosi da padrone del mondo ha dimostrato. 

In Italia sono stati istituiti 24 parchi nazionali tra terra e mare e il recupero delle specie che stavano pian piano scomparendo e’ diventata finalmente una delle priorità del nostro paese e forse siamo ancora  in tempo per salvare la terra dal diventare solo un agglomerato di cemento.

E’ ancora possibile mostrare ai nostri figli un arcobaleno, un’ aquila volare, un delfino volteggiare nel nostro bel mare; Ma domani? Cosa ci porterà il futuro?  Grandi schermi ultrapiatti a tre, quattro dimensioni su cui vedere animali virtuali che una volta vivevano sulla terra e piante e fiori senza profumo perché immagini alienanti di quello che è stato donato all’uomo e lui non ha saputo e voluto conservare?

Io ho imparato e soprattutto capito che non esiste niente di più meraviglioso che addentrarsi nei meandri della natura e oggi cerco di ritagliarmi spazi d’ossigeno accompagnando mia figlia ad osservare il miracolo della vita, che si trova nella semplicità di un cervo che corre su per un pendio di montagna, in una tigre che riesce a filiare grazie all’habitat naturale che l’uomo finalmente ha capito che deve creare.
Non condurrei mai i mia figlia in uno zoo, non credo che scimmie, leoni, orsi abbiano commesso reati così gravi da dovere essere ergastolani che vengono puntualmente visitati da curiosi che non sanno come impegnare il loro tempo, soprattutto mi tengo molto lontana da spettacoli in cui a perdere la dignità è l’uomo che spinge specie che dovrebbero essere protette ad esibirsi come saltimbanchi in un circo che è solo sinonimo di degrado umano. 

Il nostro paese sta muovendosi in tal senso dando vita a piccole oasi che sempre più si trovano vicino alle città in cui la fauna riesce a filiare ed è considerata non un semplice diversivo per turisti ma una vera e propria ricchezza per tutti noi. 
Stupendi sono i nostri meravigliosi parchi nazionali e da uno di questi, inizia il mio percorso verso la rinascita. 

In un momento particolare della mia vita ho trovato la forza per proseguire ed indirizzare diversamente il mio cammino, accantonando il progresso e la tecnologia che mi risucchiava in un vortice di vita virtuale e anaffettiva e mi stava divorando pian piano ed ho intrapreso questo cammino in modo semplice diventando tutt’uno con la natura che immensa esiste ed esisterà sempre se avremo la capacità di rispettare questo nostro pianeta che è il regalo più grande che ci è stato donato.


Avevo perso la strada da molto tempo, camminavo sulla cresta della vita cercando di non cadere giù dal pendio roccioso che era diventato il mio presente.

 Per la prima volta nella mia vita ero sola. 

Dopo un autunno in cui mio marito mi comunicava che se ne sarebbe andato da casa e presto avrebbe legalizzato la nostra separazione si è presentato un inverno in cui ho perso tutto; Le mie sicurezze, i miei affetti e soprattutto temevo di avere perso me stessa; Sapevo che dovevo cercare un appiglio, un movente per trovare la forza di ricominciare e nella stanchezza del presente ho pensato di lasciare la  mia chiassosa città, chiudere la porta dietro a me per cercare nella natura la chiave che mi permettesse di ricominciare davvero, perché da troppo tempo io vivevo una vita creata dall’uomo per l’uomo e assurdamente anche a scapito dell’uomo. 

Avevo perso di vista gli altri abitanti di questa terra, avevo scordato le cose semplici per le complicazioni dell’artifizio quando questo è costituito solo di migliaia di singoli che vivono accanto ma non si  riconoscono come appartenenti alla stessa specie.


 Avevo bisogno di pace e di riuscire a colloquiare con me stessa e decidere che direzione dare alla mia vita e soprattutto capire perché mi trovavo sola. Decisi così di lasciare la città per un periodo e  d’immergermi in un parco naturale. 

Pensai immediatamente alla montagna ed il simbolo dello stambecco fu un richiamo forte e così decisi che passeggiare per i pendii e sentire il profumo delle pinete. In quel momento, per me, sarebbe stato un balsamo che forse non aveva la forza di curare le mie ferite ma probabilmente mi avrebbe aiutato a rispondere alle domande del perché dei miei fallimenti, che potevo trovare soltanto dentro me stessa. 

In uno splendido sabato di metà maggio arrivai a Valnontey, culla del ghiacciaio del Gran Paradiso e la prima cosa che vidi furono un branco di vecchi camosci  che stavano cercando tra la neve  i primi fili d’erba. 

Mi fermai sul ponte che mi portava all’albergo e il vento frizzante mi tolse la cappa di noia e confusione che mi oscurava il pensiero da molti mesi .Mi scoprii positiva dopo tanto tempo e lo considerai un buon inizio.

La mattina seguente mi inoltrai nel parco e nel silenzio della montagna di maggio compresi cosa devono aver provato Adamo ed Eva nell’Eden. 

Camminavo in una mulattiera diretta al lago del Lauson, un piccolo laghetto da me già visitato nella mia infanzia e quindi che da sempre portavo nel cuore. Nella salita a tratti ripida non provavo la fatica che ero convinta mi avrebbe colto ma curiosità per gli animali che incontravo e che fuggivano veloci di fronte al mio ingresso nel loro mondo. 

Il cielo era celeste e nella meraviglia di quell’orizzonte splendeva il sole ma ancora la luna brillava lievemente offuscata dai raggi di questo.


Un piccolo branco di stambecchi  mi attraversò il cammino e io m’immersi completamente nel paesaggio e non potei fare a meno di pensare che la terra era così prima che l’uomo la rendesse quello che è oggi con l’accumulo di potere, cemento,  spazzatura, gas di scarico, guerra, violenza. 

Questa è la terra che ci è stata prestata e ancora una volta mi trovai a pensare che il progresso dovrebbe rispettare gli habitat di ogni cittadino del mondo sia esso animale sia vegetale e che arrogarsi il diritto di pretendere di cambiare i paesaggi in base alle esigenze del denaro, portando così all’estinzione di molte specie faunistiche sia non solo degradante per l’uomo ma un enorme perdita del nostro più  grande patrimonio che noi con mani mostruose come immense forbici troppo spesso abbiamo reciso.

In questo territorio non si può né cacciare, né raccogliere fiori, né accendere fuochi e leggendo il cartello con i divieti scritti pensai che era davvero assurdo e contro natura cacciare per gioco, stupido estirpare fiori per farli marcire in un vaso e soprattutto come si poteva accendere fuochi in mezzo alle pinete? E’ così idiota l’uomo d’appiccare incendi nella terra in cui vive?
 Evidentemente la risposta era affermativa e questo mi lasciava interdetta di fronte alla mancanza d’intelligenza umana.

Mentre procedevo udivo i fischi delle marmotte che spaventate si avvertivano le une con  le altre della mia inopportuna  presenza. La natura era perfetta, solidale come noi umani non siamo in grado di essere con i nostri simili e qua ne avevo una chiara prova. Intravedevo  in mezzo agli arbusti del bosco branchi di camosci e stambecchi dalle lunghe corna.

Arrivai al rifugio Sella, antica riserva di caccia reale del re Vittorio Emanuele per evitare l’estinzione dello stambecco. Il re avviò la creazione del Parco Nazionale donando allo stato 2.100 ettari di terra allo Stato e creando un corpo di guardie per salvaguardare il territorio dai bracconieri.

Mi riposai un lasso di tempo che mi servì per ossigenarmi l’anima che troppo spesso era stata immersa nel liquame che l’egoismo e l’egocentricità spesso crea e in cui è difficile non annegare.
 Il rifugio in quel giorno di primavera era chiuso e quindi ripresi il mio cammino in direzione del laghetto in cui i monti si rispecchiano senza alcun vanto, ma splendidi nella loro eternità.

Arrivata mi fermai in silenzio a contemplare la maestosità del paesaggio. Tutto taceva e per un attimo accantonai i miei problemi e pensai a che aspetto avrebbe avuto quel luogo se non avesse fatto parte di una zona protetta; Le montagne si sarebbero ugualmente specchiate nel lago e questo sarebbe stato probabilmente l’unico dato uguale.

La mulattiera sarebbe diventata una strada  e per costruirla avrebbero dovuto abbattere moltissimi pini, di conseguenza gli abitanti del bosco avrebbero perso il loro rifugio; Molti di questi sarebbero morti e la montagna stessa avrebbe cambiato aspetto. La vegetazione che lentamente tornava a ricoprire timidamente i prati sarebbe stata calpestata e i fiori che nei mesi estivi colorano il paesaggio colti da mani inopportune. Tornando a guardare gli stambecchi che si abbeveravano nelle acque del laghetto mi chiesi cosa avrebbero fatto queste bestiole. Certamente non avrebbero abitato quei territori perché cacciati ed esposti come trofeo di stupidità  umana su di un muro. 

L’aria era fredda e io per la prima volta dopo tanto tempo pensai che tutto poteva essere salvato nella mia vita. Era compito mio salvaguardare le cose che contavano davvero nel mio presente e dovevo lottare per questo risolutamente in modo simile a quello per il quale nel mezzo al nulla della mia vita mi ero attaccata alla speranza di risalire la china.
Pensai che su questo pianeta esistono ancora molti territori protetti come quello in cui mi trovavo io, non toccati da artigli umani, ma accarezzati da uomini che hanno capito che per salvare il mondo e noi stessi è necessario salvaguardare il territorio.

La mia vita doveva ricominciare imparando che dalla semplicità di ciò che siamo noi raccogliamo i frutti più belli e non e’ vivendo in lotta eterna che si può recuperare la serenità  ma in modo molto più semplice: Guardando quel cielo di maggio e riuscendo a sentire il grande frastuono che fa il silenzio quando è parte attivo nella grandezza del creato, un frastuono costruttivo che risponde alle domande più difficili in modo semplice e chiaro.
Vivi e permetti agli altri di vivere, non costruire autostrade per condurre la tua vita e quella di chi ti cammina accanto. Non devastare la tua natura pensando solo all’accumulo perché la vera ricchezza è questa…poter conservare il mondo in cui si transita capendo che non tocca a noi cancellare non solo la vita ma neanche il pensiero dell’altro.
In quei giorni di vita nel parco imparai moltissime cose che ora sono insite in me.

Penso spesso al cielo; In quel territorio non inquinato come sono invece le nostre città, le stelle illuminavano la notte come i fari per le navi e ancora una volta pensai che le stelle nel cielo non si distruggevano l’una con  l’altra per paura di perdere la loro posizione ma languide e bellissime vivevano il loro ciclo. 
Ogni cosa  in quel periodo mi fu di enorme insegnamento, anche il volo di un’aquila osservandolo nella sua maestosità e nella libertà che un animale deve dignitosamente avere mi fece capire quanto è importante tutelare  il grande patrimonio che il mondo ci ha donato.


La vera ricchezza dell’uomo è poter godere di ciò che la natura le ha messo a disposizione ed è assurdo vedere monti disboscati in modo barbaro e spesso insicuro, come vediamo nelle tragedie che saltuariamente accadono a causa dell’incuria umana. Poi, a che pro? Con quale ricavo?  Un impoverimento per noi tutti che crediamo che la ricchezza stia nel conto in banca e nel possedere oggetti.

In quel giorni compresi che era ben misera cosa la vita artificiale che mi ero costruita.

  • Da quanto non vedevo un animale nel suo habitat ma imprigionato perlopiù dietro le sbarre di una prigione?
  •  Da quanto tempo non sentivo il profumo dei rododendri e i miei occhi godevano la vista di quei colori meravigliosi mentre perdevo me stessa in piante di plastica?
Riuscii a rispondere alle domande che mi ero posta migliaia di volte nell’ultimo anno.
Perché la mia vita aveva preso la strada del fallimento? 
Ora la risposta era chiara ed era la semplicità della natura a rispondermi.

Ero diventata una persona artificiale, fatta di cemento, plastica e fiori da balcone.
 Avevo dato importanza alle cose che non contavano nulla e oggi era una volpe che cercava qualcosa da mangiare guardinga a spiegarmi che esiste un mondo aldilà del mio benessere.

 Nella mia prosopopea di essere umano  cieco e sordo ora capivo finalmente che era un falco che volava alto nel cielo o uno stambecco che correva tra le rocce insieme al suo branco a rispondermi. 
Tutto ciò che contava per me fino ad allora era sterile di fronte alla semplicità della natura.
In quei giorni capii che cambiare l’ordine naturale delle cose per plasmarcele a nostra somiglianza danneggia non solo la terra in cui viviamo ma anche noi come singoli. Crediamo troppo spesso di essere onnipotenti mentre togliamo a noi e alle generazioni che verranno dopo la nostra la possibilità di ammirare la terra con le creature che la vivono.

Ovviamente visitai il giardino botanico che ai piedi del Gran Paradiso racchiudeva in sé la maestosità della vegetazione di montagna. Nel vedere le stelle alpine ricordai con quanta facilità prima delle leggi severe che giustamente ne vietano la raccolta, questi fiori rarissimi venissero colti e messi a seccare dentro a pagine di libri e poi li dimenticate. Ancora una volta l’idea con cui l’uomo consideri tutto proprio mi colpì.
Molte specie sia animali che vegetali si sono estinte a causa del senso di possesso che spinge l’uomo a “divorare”tutto ciò che vede e solo per appagare il proprio egoismo.

La vacanza o meglio la cura giunse all’epilogo e io compresi che ne sarei uscita ritemprata e preparata per tornare nella mia città e al mio lavoro portando con me la semplicità della natura nella sua maestosità con i suoi abitanti siano essi uomini, animali o vegetali. 

Iniziai da quel momento a prendermi spesso spazi che mi portassero a riscoprire la natura all’interno della natura stessa.
 Quando dico che quei giorni furono per me maestri e non solo una vacanza penso al cambiamento radicale che crearono in me. Tornai a casa, non recuperai il mio matrimonio a cui ormai avevo appiccato l’incendio che avrebbe creato desolazione per secoli, ma ricominciai il percorso della semplicità e mi rinnamorai e dopo qualche mese potevo stringere al cuore la mia bambina. 

La mia mente spesso torna tra i monti del Parco Nazionale del Gran Paradiso ed episodi che ho vissuto tornano improvvisamente a galla; Un cucciolo di stambecco che cercava di tenere il passo della madre, l’odore dell’erba di montagna, il fragore del getto di una cascata, il brusio vivace delle acque di un torrente…

L’augurio che faccio a me stessa e agli abitanti della terra è quello di riuscire a capire che tutto parte da noi e che la costruzione di parchi in cui è possibile proteggere le specie animali e vegetali diventa fondamentale per mettere delle regole al progresso che quasi sempre distrugge moltissimo creando molto meno di cosa distrugge.

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